Facciamo un piccolo test. Se vi chiedessi: “Quando sono nate le prime scuole di tango?”, cosa rispondereste?

Prima di leggere le illuminanti pagine del libro di Sergio Pujol, “Historia del baile, de la milonga a la disco”, io avrei risposto senza esitare: non prima degli anni ’80, in seguito alla  rinascita del tango  dopo aver attraversato il suo periodo di declino tra gli anni 50/60.  Dopotutto, siamo abituati a pensare ai tempi passati molto diversi dai nostri, che il tango nato in ambienti di povertà ed emarginazione si sia sviluppato nell’ombra. Sappiamo che già nei cortili dei conventillos (i palazzoni popolari di Buenos Aires) i ballerini più esperti mostravano i passi ai principianti. Lo stesso grande Miguel Ángel Zotto racconta spesso che da ragazzo, a casa sua, tra tanti fratelli maschi praticavano tra di loro e facevano a gara per ballare con l’unica sorella per provare con una donna.

Perché il tango è sì un ballo d’improvvisazione, ma si fonda su movimenti, codici e strutture precise che vanno prima studiate, digerite e memorizzate nel corpo. Il tango è improvvisato nel momento in cui si decide la sequenza in pista, ma la “cassetta degli attrezzi” (il perno, la dissociazione, il trasferimento del peso ecc.) va costruita con uno studio rigoroso. Non ci si improvvisa improvvisatori.

Eppure, la risposta del test è un’altra. E vi spiazzerà: le prime vere accademie di tango, con tanto di inserzioni pubblicitarie sui giornali e programmi didattici, sono nate più di un secolo fa, negli anni ’20.

Il “visto” da Parigi e il ritorno dei maestri transatlantici

Come spiega brillantemente Pujol, per lungo tempo la Buenos Aires “bene” aveva snobbato il tango, relegandolo ai sobborghi e ai prostíbulos. La svolta non avvenne in patria, ma oltreoceano. Quando, nei primi anni del Novecento, il tango sbarcò a Parigi, nei salotti dell’alta borghesia francese esplose una vera e propria “tangomania”. Quel ballo così esotico venne parzialmente ripulito dalle movenze più crude, assumendo un’aura di eleganza e rispettabilità chic. Di riflesso, l’élite di Buenos Aires dovette capitolare: se piaceva alla Francia, il tango non poteva più essere considerato “roba da emarginati”.

I giovani benestanti argentini della gioventù dorata vollero improvvisamente ballarlo. Ma c’era un problema: non sapevano come fare, non avendo mai frequentato i bassifondi. Ballerini di estrazione popolare che avevano fatto fortuna in Europa, come il mitico Casimiro Aín (detto “El Vasquito”) o Bernabé Simarra, tornarono in Argentina avvolti da un prestigio incredibile. Dopo aver insegnato ai giovani nobili parigini, di ritorno in Argentina iniziarono a proporre lezioni “alla maniera dei francesi” nei salotti della high society di Buenos Aires: un tango stilizzato, eretto, accademico, perfetto per i pavimenti lucidi delle grandi sale da ballo.

La rivoluzione del tempo libero e la febbre del ballo

Ma il fenomeno, in realtà, covava già da prima. Fin dal 1912 diverse cronache giornalistiche riportavano la presenza di accademie e, nel 1917, la celebre Escuela de Tango y bailes de moda di Herrera si faceva già pubblicità sui quotidiani. Ma è negli anni ’20 che si compie la vera rivoluzione di massa.

In quegli anni cambia il mondo del lavoro. L’introduzione della settimana lavorativa corta (il famoso “sábado inglés”) regala ai cittadini il concetto moderno di fine settimana e di ocio (il tempo libero). Più tempo libero significava maggiore domanda di intrattenimento per il sabato sera. Le sale da ballo fiorirono ovunque. Nelle piste, il tango non era solo: doveva dividersi lo spazio con i balli esotici del momento, come il Fox-trot, lo Shimmy o il Charleston. Per frequentare questi templi della notte senza sfigurare, i giovani avevano bisogno di imparare in fretta. Le scuole di ballo offrivano pacchetti completi per essere sempre aggiornati sulle ultime tendenze.

Ma dove si andavano poi a praticare questi passi? I luoghi della notte che stavano nascendo, i celebri cabaret sul modello parigino, nascondevano però un’altra realtà, molto meno scintillante e decisamente più ambigua per la società dell’epoca. Ma questa è una storia che merita di essere raccontata nel prossimo capitolo.

Immagine creata con AI

L’ansia da cattedra e il mercato dei “diplomifici”

Cento anni dopo, la storia sembra ripetersi, ma su scala globale. La forte domanda di lezioni di tango ha creato,  un mercato parallelo guidato da quella che potremmo definire “l’ansia da cattedra”.

Se da un lato la diffusione del tango è un bene, dall’altro assistiamo oggi alla proliferazione di veri e propri “diplomifici”: corsi commerciali intensivi che, nello spazio di appena sei mesi  promettono il titolo di insegnante a chiunque paghi la quota d’iscrizione. Una risposta puramente commerciale a una domanda frettolosa, che rischia però di svuotare il tango della sua complessità culturale, riducendolo a un campionario di passi standardizzati da riprodurre meccanicamente.

Il tempo lento di Buenos Aires: l’umiltà generazionale

Esiste un modello radicalmente opposto, che resiste nel cuore della tradizione. A Buenos Aires, per ottenere un titolo ufficiale che abiliti all’insegnamento, è necessario frequentare il percorso formativo dell’Academia Nacional del Tango, che dura ben 5 anni. Cinque anni in cui il corpo non impara solo la tecnica, ma si nutre di storia, storiografia, musicalità, poesia e codici sociali.

Chiunque frequenti le piste di Buenos Aires oggi può notare un dettaglio straordinario nei ballerini porteños più giovani: una profonda, spontanea umiltà nei confronti degli insegnanti della vecchia generazione, quella dei maestri che oggi hanno tra i 50 e i 60 anni. Nonostante i giovani abbiano spesso una tecnica impeccabile, una velocità e un’energia strabilianti, sanno che il tango ha bisogno di tempo per maturare nel corpo e nell’anima. C’è una tacita e rispettosa consapevolezza nelle loro parole:

“Oggi insegnano loro e noi ancora impariamo. Poi, verrà un giorno il nostro turno.”

Conclusione: il valore della trasmissione

C’è un filo rosso che unisce le prime scuole di Herrera e i salotti francesi degli anni ’20 alle sale dei giorni nostri. Il motore profondo che spinge una persona a varcare la soglia di una scuola di tango non è cambiato: è il desiderio di incontrarsi, di condividere il tempo libero e di far parte di una comunità.

Tuttavia, la lezione che ci arriva dal passato e dalla Buenos Aires odierna è chiara. Le scuole di tango di stampo associativo e culturale, profondamente radicate nel territorio come il Circolo Gardel, hanno oggi una responsabilità importante: difendere la bellezza del processo lento e saper discernere. Il tango non è un prodotto a rapido consumo, non si impara in sei mesi e non si eredita semplicemente per diritto di nascita geografica. È un cammino fatto di ascolto, di rispetto per chi è venuto prima di noi e di tanta pazienza. Perché il tango, alla fine, non si studia per venderlo subito agli altri, ma per scoprirlo dentro se stessi, un passo alla volta, per tutta la vita.

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